Eritrea-Etiopia

Argomento: Eritrea, Etiopia

 Etiopia ed Eritrea, parte degli ex possedimenti coloniali della cosiddetta Africa Orientale Italiana, nel 1941 vengono occupate dalle truppe britanniche che, in seguito all’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania nel 1940, sconfiggono le truppe di Mussolini e pongono fine alla presenza coloniale italiana nel Corno d’Africa. La liberazione dell’Etiopia permette all’imperatore Haile Selasse di tornare dall’esilio londinese e di riottenere il trono, sul quale sedeva prima dell’invasione lanciata da Mussolini nel ottobre 1935. 

L’Eritrea non faceva parte dell’Impero retto da Haile Selasse, essendo diventata colonia italiana nel 1890, e si poneva quindi la delicata questione di deciderne il futuro assetto. Le opzioni ventilate dall’amministrazione britannica e dalle altre potenze uscite vincitrici dalla Seconda guerra Mondiale (USA, Francia, URSS) erano sostanzialmente tre e contemplavano l’indipendenza dell’Eritrea, la sua unificazione con l’Etiopia ed il suo smembramento tra Etiopia e Sudan. La complessità della questione e i forti condizionamenti dovuti all’affermarsi della logica bipolare della Guerra Fredda resero impossibile raggiungere un accordo e costrinsero la Commissione delle Quattro potenze vincitrici a rimettere il proprio mandato nelle mani delle Nazioni Unite, che vennero così incaricate di risolvere la questione. 


Nel 1952, dopo intense e complesse consultazioni, le Nazioni Unite decisero finalmente di optare per la scelta federale che prevedeva la federazione dell’Eritrea con l’Etiopia sotto la corona Imperiale.

Nonostante il permanere di tensioni dovute anche all’ambiguità della formula federale, la situazione si mantiene relativamente stabile per una decina d’anni, ma quando, nel 1962, Haile Selassie annulla lo statuto federale facendo dell’Eritrea una semplice provincia dell’Impero etiopico, le richieste indipendentiste si fanno più radicali e nascono formazioni guerrigliere la prima delle quali fu il Fronte di Liberazione Eritreo (FLE). Da questi si staccherà  nel 1970 una fazione che darà vita al Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea (FPLE) che vedrà tra i suoi fondatori l’attuale presidente eritreo Isaias Afewerki.

Intanto in Etiopia si consolida la presenza politico-militare degli Stati Uniti, il che tuttavia non impedisce la diffusione di vari movimenti di ispirazione socialista, particolarmente degli ambiti studenteschi e sindacali soprattutto a partire dall’inizio degli anni ‘70.

Questa deriva a sinistra avrà  il suo culmine nel 1974, quando un colpo di stato  da parte del Comitato Supremo della Forze Armate (più conosciuto come DERG). guidato da Teferi Bante e Mengistu Haile Mariam, prende il potere in Etiopia imprigionando il vecchio imperatore che morirà  l’anno successivo in circostanze misteriose.

Lo stesso Teferi Benti verrà  poi eliminato nel 1977 da Mengistu, il quale inizierà  una  sistematica politica di soppressione di ogni forma di opposizione: a tutt’oggi non si sa ancora esattamente quante siano state le vittime durante il periodo del cosiddetto "Terrore Rosso". Si sa però che la collettivizzazione dell’agricoltura non darà  i risultati sperati (nemmeno con i sostanziali aiuti di Mosca) e tra il 1984 e il 1985 si registrerà  la peggiore carestia degli ultimi decenni, che verrà parzialmente alleviata solamente grazie alla solidarietà  internazionale.

Nel frattempo la guerriglia eritrea continua la sua guerra di liberazione, trovando alleati nel TPLF (Fronte di Liberazione Popolare del Tigray) che lotta per l’autonomia del Tigray, regione al confine con l’Eritrea, oltre che per rovesciare Mengistu. Entrambi gli eserciti si trovano perciò ad operare nelle stesse zone e cominciano quindi ad elaborare piani e strategie in comune contro il regime militare del DERG. L’attuale primo ministro etiopico Meles Zenawi faceva e fa tuttora parte del comitato centrale del TPLF.

Nemmeno l’aiuto di truppe cubane e di consiglieri sovietici ad Addis Abeba riesce a piegare definitivamente la guerriglia, che anzi, dopo un iniziale ripiegamento strategico, riprende la lotta e continua a logorare l’esercito etiopico nel corso degli anni ‘80. La lotta dell’EPLF (eritreo) e del TPLF (etiopico di etnia tigrina) si unisce a nuove forme di opposizione all’interno dell’Etiopia quali il Movimento Democratico del Popolo Etiopico (MDPE) di etnia amhara e di altre analoghe formazioni su base etnico-nazionale incoraggiate e sostenute dall’FPLE.

Sarà  questa coalizione di forze riunite sotto la sigla dell’EPRDF (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico) a conquistare nel 1991 Addis Abeba costringendo Mengistu a fuggire in esilio.

Nuove elezioni ed una nuova costituzione riorganizzano lo stato etiopico in una repubblica federale organizzata su base regionale, mentre l’Eritrea ottiene la propria indipendenza, che verrà ufficialmente ratificata nel 1993 in seguito a un referendum popolare tenutosi sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Tuttavia, la mancata definizione in modo chiaro e incontrovertibile dei rispettivi confini porta ad un rapido deterioramento dei rapporti tra i due Paesi. Nel maggio del 1998, dopo una ripetuta serie di incidenti confinari, le truppe di Asmara decidono di varcare il confine, dando inizio a scontri armati che degenerano presto in una sanguinosa guerra a tutto campo. I vecchi compagni d’armi Issaias Afewerki e Meles Zenawi che combatterono contro Mengistu si trovano così ad essere capi di stato di Paesi in guerra fra loro. Mentre la diplomazia internazionale (Stati Uniti, OAU e ONU in testa) si muove nel tentativo di riportare le due parti alla ragione, i cannoni fanno sentire la loro voce e vi sono anche bombardamenti dell'aviazione di entrambe le parti. Nel febbraio del 1999, allorchè la pace sembra non esser più un miraggio, scoppiano nuovi combattimenti nei pressi del villaggio di Badme e la situazione precipita nuovamente.

Nel corso di due sanguinose offensive (febbraio 1999 e maggio 2000), l’esercito di Addis Abeba penetra profondamente in territorio eritreo fino al cessate il fuoco del 18 giugno 2000. Le vittime del conflitto sono ormai più di 70.000. In questo periodo è l’Organizzazione per l’Unità Africana (OAU) ad essere maggiormente attiva nel ricomporre il conflitto, con la proposta (accettata da entrambe le parti) di ritiro delle truppe etiopi alle loro posizioni pre-1998, la costituzione di una fascia territoriale di interposizione (Temporary Security Zone) di 25 km lungo tutto il confine e l’invio di una missione di peacekeeping sotto l’egida delle Nazioni Unite (missione UNMEE-United Nation Mission Eritrea Ethiopia), incaricata di pattugliare i confini in attesa di un accordo definitivo. La Missione delle Nazioni Unite in Eritrea ed Etiopia viene creata il 31 giugno del 2000 ed è costituita da contingenti militari ONU e personale civile straniero e locale con gli obiettivi di stabilire e mantenere i contatti fra le parti, controllare i quartier generali militari, prevedere meccanismi per la verifica della cessazione delle ostilità, assistere nella pianificazione di future operazioni di pace.

Etiopia ed Eritrea siglano un trattato di pace ad Algeri nel dicembre del 2000 acconsentendo alla formazione di una commissione indipendente d’arbitrato che stabilisca in modo definitivo i confini tra i due Paesi nonchè modalità e tempi per la loro delimitazione e demarcazione. Nell’aprile del 2002 viene annunciata la decisione della Commissione, raggiunta sulla base del diritto internazionale e dei trattati del periodo coloniale. In particolare la commissione decide che la cittadina di Badme debba essere assegnata all’Eritrea.

L’Etiopia, contraddicendo l’impegno assunto inizialmente di riconoscere ed accettare qualsiasi verdetto della Commissione di Arbitrato, si rifiuta di accettare la decisione e minaccia indirettamente di riprendere le armi. Il Governo etiopico accusa la Commissione di aver emesso una sentenza ingiusta ed impraticabile che non fornirebbe una valida piattaforma per la costruzione di una pace duratura e chiede quindi di rivedere parti del verdetto. Al contrario il Governo eritreo afferma che secondo gli accordi iniziali il parere della commissione è vincolante e non soggetto ad alcuna possibilità di modifica sostanziale e richiama quindi la comunità internazionale a svolgere effettivamente il suo ruolo di garante dell’applicazione del verdetto: perchè? Il territorio di Badme in fondo non rappresenta una regione fondamentale dal punto di vista strategico nè possiede rilevanti risorse minerarie o petrolifere. Anzi, Badme è una modesta cittadina di 5.000 abitanti con una scuola elementare, una piccola clinica e qualche alberghetto; l’acqua scarseggia ed il terreno non è particolarmente fertile.

Le ragioni per la volontà delle parti di controllare questa cittadina sono altre e di varia natura. Già nel corso degli anni ‘80, quando il TPLF e l’EPLF erano alleati contro il regime marxista di Mengistu, Badme era un’importante base militare per la guerriglia. Già a quel tempo sorsero dissidi su chi dovesse controllare quella regione, ma furono momentaneamente messi da parte per concentrare i propri sforzi su quello che era l’obbiettivo prioritario e cioè la lotta contro il governo centrale etiopico. I dissapori non tardarono però ad emergere nuovamente una volta che, posati i fucili, i capi della guerriglia si ritrovarono ad essere capi di governo: Afewerki ad Asmara e Zenawi ad Addis Abeba. Le motivazioni di questa guerra sanguinosa e di questa pace mancata sono perciò di natura squisitamente politica e, se vogliamo, simbolica. Sia l’Etiopia che l’Eritrea sono portati a vedere l’abbandono di Badme al nemico come un’irrimediabile sconfitta, come una svendita del proprio orgoglio nazionale, come una minaccia diretta contro la stabilità interna, che peraltro entrambi i governi faticano a mantenere. Infine, ragione non ultima, essendo il conflitto iniziato (ufficialmente) per una disputa circa la sovranità di Badme, l'assegnazione di questo territorio è fondamentale per entrambe le parti in quanto, indirettamente, indica anche le eventuali responsabilità politico-militari circa l'inizio delle ostilità e potrebbe anche condizionare le future trattative in merito ai risarcimenti dei danni di guerra.

Arriviamo così al 2005. Bloccati ormai da tre anni su posizioni inconciliabili, i due paesi continuano ad avere relazioni diplomatiche e non vi sono indicazioni di un prossimo avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. Al contrario si ripetono frequentemente casi di tensione con accumulo di truppe alla frontiera e minacce ventilate di un nuovo deflagrare del conflitto, il tutto nell'indifferenza quasi totale della comunità internazionale.

Lo stallo diplomatico tra i due paesi continua ormai dal 2002, da quando cioè l'Etiopia ha rifiutato di rispettare la decisione della Commissione incaricata di tracciare i confini e ciò ha portato ad una rinnovata tensione tra i due paesi, che hanno cominciato a riarmarsi e ad ammassare truppe al confine della zona-cuscinetto monitorata dai Caschi Blu dell'UNMEE. L'allarme è stato lanciato più volte sia dal Segretario Generale dell'ONU che da Lloyd Axworthy e Joseph Legwaila, rispettivamente Rappresentante Speciale ONU e capo dell'UNMEE. Tuttavia, poco può essere fatto senza un iniziativa decisa del Consiglio di Sicurezza, che per fora si è limitato a rinnovare il mandato della missione dell'UNMEE invitando salomonicamente entrambi i paesi a rispettare le conclusioni della Commissione.

Nella risoluzione ONU non si parla di maggiori pressioni che si potrebbero fare sui due paesi perchè tentino di togliersi dall'impasse diplomatica o su eventuali sanzioni da adottare, anche contro i paesi terzi che vendono armi ai due contendenti.

Come sottolineato ripetutamente dai responsabili della missione UNMEE alla luce dei mancati sviluppi ed in mancanza di proposte da parte dei mediatori l'unica soluzione per i due governi potrebbe davvero essere la guerra.

Più volte in passato Etiopia ed Eritrea avevano alzato il livello dello scontro verbale, senza arrivare però alla ripresa delle ostilità. In particolare il Governo eritreo, frustrato da quella che interpreta come la mancata assunzione delle proprie responsabilità da parte delle Nazioni Unite e della comunità internazionale, ha applicato a partire dal 2005 una serie di misure mirate a restringere la libertà di manovra delle Nazioni Unite sul territorio eritreo. Il disinteresse della  comunità internazionale potrebbe significare la condanna a morte per le fragili speranze di riconciliazione tra le parti.

Nel settembre del 2006 con la risoluzione 1710 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decide per il prolungamento della missione dell'ONU in Eritrea e Etiopia di sei mesi. Nel 2007 la commissione internazionale si scioglie con un nulla di fatto.

Ad oggi l'Eritrea rimane uno dei paesi più militarizzati del mondo e la tensione con l'Etiopia non accenna a diminuire.

segnalazioni